
Masseria Carbonara è
di proprietà della famiglia omonima a partire dal
1909 anno in cui Leonardo ha acquistato il casolare. La
Masseria è immersa in una distesa di ulivi secolari
di 10 ettari. La coltura dell'uliveto è sempre
stata l'attività principale e ancora oggi è
prodotto olio di qualità extravergine di oliva.
In passato altre attività quali la coltivazione delle
verdure, la vendita di galline, conigli e vitelli hanno
caratterizzato la vita in masseria.
Dal 2006, papà Leonardo ( Dino) e Alessandro hanno deciso di offrire la possibilità di soggiornare
presso la masseria a chi desidera trascorrere un periodo
in completo relax, in stanze con la caratteristica "volta
a stella", dotate di bagno in camera.
La colazione è servita in un ampio piazzale con pavimentazione
in "chianche" o se si desidera all'interno della
masseria.
E' possibile rilassarsi sulle amache all'ombra dei
pini, rinfrescarsi con una doccia all'aperto, sorseggiare
una bevanda fresca all'ombra degli ombrelloni o distenrsi
nel prato del cortile/aranceto.
La storia delle
masserie
La storia della masseria è
molto complessa e sempre in stretta relazione con i grandi
fatti storici del passato, è indissolubilmente legata
alla storia dell'Italia meridionale e affonda le sue radici
nell'antichità.
I primi esempi risalgono al tempo della colonizzazione
greca nel meridione (VIII-VI secolo a.C.). Essa
era intesa come organizzazione sistematica del territorio
ed era finalizzata ad attività agricole.
A partire dal V secolo a.C. i Romani concentrarono
le proprietà in poche aziende latifondistiche, dando
origine alle "massericiae", entità rurali
che sfociarono poi in insediamenti residenziali e produttivi,
detti "villae" o "massae" (blocchi immobili
rurali).
La "villa romana" con le invasioni barbariche
(V secolo d.C.) fu abitata dal nuovo signore barbaro che
la fortificò per la difesa e per l'offesa.
La "massa" subì una profonda trasformazione
nel IX secolo ad opera di Carlo Magno che creò
una nuova entità rurale chiamata "feudo".
Nel XI secolo arrivarono nell'Italia meridionale
i Normanni che trasformarono i feudi in "masserie
villaggio" (tipologia non presente in agro mesagnese).
Con l'arrivo degli Svevi, sempre nel meridione, nacquero
le "masserie regie" dedite alla coltura di cereali
e all'allevamento di cavalli.
Nel XV secolo l'Italia meridionale passò agli
Aragonesi che eliminarono tutti i privilegi concessi
precedentemente ai contadini. Gli unici a conservare qualche
beneficio furono gli addetti alla transumanza che ebbero
il permesso di costruire fabbricati su terreni adibiti a
pascolo, destinati all'abitazione, al ricovero per gli animali
e alla lavorazione di prodotti caseari. Sorsero, così,
le "masserie di pecore" dette anche "iazzi",
distinte da quelle in cui si praticava la coltivazione,
dette "posta", perché erano postazioni
fisse a cui si ritornava al termine della giornata.
La tipologia della masseria del sec. XV, che era rimasta
invariata nei secoli XVI e XVII, subì sostanziali
trasformazioni con l'arrivo dei Barbari nel meridione (sec XVIII). Essi espropriarono i feudi ecclesiastici dei
quali si impadronì la borghesia rurale che organizzò
il latifondo in masseria, nella quale emerse la figura del
massaro che coordinava il lavoro dei contadini e dei braccianti.
Nel XIX secolo, con l'applicazione in Italia del codice napoleonico, furono assegnati ai contadini
poveri terre demaniali per uso semina, pascolo o legna,
ma le quote furono così piccole che i contadini si
videro costretti a venderle per poter sopravvivere. La borghesia
rurale continuò ad essere, nel meridione, dominante
facendo perdurare il latifondo che nel resto d'Italia si
era ormai da tempo disgregato.
Decollarono anche con la coltura dell'ulivo e della vite,
le "masserie di campagna" che diedero lavoro ad
un alto numero di salariati: massari di campo, gualani,
bovari, massari di vacche e di pecore.
Subito dopo l'unità d'Italia (XIVsec.) i contadini
delusi (briganti) devastarono molte di queste masserie.
Verso la fine del XIX secolo i signori scelsero le
masserie come loro residenza per controllare l'andamento
delle attività. A tale scopo nacquero le "masserie
palazzo" che segnarono un periodo di massima efficienza.
Era enorme il numero di dipendenti: dal fattore al massaro,
ai salariati fissi, gualani e lavoratori occasionali nei
periodi di raccolta delle olive e nei periodi di semina
e mietitura.
Nel XX secolo, dopo i conflitti mondiali, le condizioni
dei contadini peggiorarono.
Con la parola d'ordine "la terra a chi lavora"
si emanò la "riforma agraria" che espropriò
e frazionò i latifondi. La vita delle masserie subì
notevoli ridimensionamenti e molte furono abbandonate o
utilizzate modificando abitudini e bisogni.
Nata quindi da eventi storici travagliati, la masseria diventa
luogo di valori positivi, a testimonianza del carattere
dell'uomo del Sud, che non lasciandosi prostrare dagli oppressori,
nasconde sotto l'apparente rassegnazione e sottomissione,
la potenza del povero contro la prepotenza del ricco sfruttatore.